Survival strategies, i video-denuncia in mostra al Museo del Novecento

Nuovo appuntamento con la rassegna di video, concepita da Beatrice Bulgari per In Between Art Film e a cura di Paola Ugolini per la sala cinema del Museo Novecento. La nuova rassegna, dal titolo Survival strategies (27 settembre 2019 - 16 gennaio 2020), raccoglie le opere di sette artisti internazionali - Hiwa K, Santiago Sierra, Regina José Galindo, Maria José Arjona, Mary Zygouri, Shadi Harouni, Masbedo - che riflettono sul nostro presente, tragicamente lacerato da sanguinosi conflitti, odi razziali e faide religiose alimentate da interessi economici e geo-politici.

I progetti visibili al Museo del Novecento

The Bell Project (2007.2015) Iraq-Italy di Hiwa K (Sulaymanyya, Kurdistan, 1975), artista che ha cominciato la propria carriera nel suo paese natale come pittore figurativo. Nonostante adesso viva a Berlino e abbia smesso di dipingere, ha mantenuto nella sua pratica un’attitudine realistica che si riverbera nella produzione più recente. Il video ripercorre la realizzazione del progetto presentato da Hiwa K alla Biennale di Venezia del 2015, dove ha esposto una grande campana, realizzata con la fusione dei metalli recuperati durante il conflitto Iran-Iraq (1980-1988) ed entrambe le Guerre del Golfo (1991, 2003), adornata di bassorilievi che rappresentano alcune opere d’arte mesopotamica distrutte dall’ISIS. Come in un esperimento alchemico, mentre il metallo degli ordigni bellici fonde e prende una nuova forma, tutto il mortale frastuono della guerra si trasforma in un suono di pace e speranza. 

Palabra destruida (Destroyed word) (2010-2012) di Santiago Sierra (Madrid, 1965), che da quasi trent’anni realizza opere video e performance muovendosi sul terreno impervio della critica alle condizioni socio-politiche della contemporaneità. Scomodo messaggero della cupa verità del nostro tempo, Sierra mette il dito nelle piaghe della società contemporanea denunciando lo sfruttamento del lavoro, la disuguaglianza e la discriminazione. In questa opera video a 10 canali Sierra mette in scena la distruzione fisica delle dieci lettere che costituiscono la parola Kapitalism. Ogni lettera, costruita con materiali diversi, è stata realizzata in un diverso luogo geografico per poi essere distrutta dando vita a dieci performance.

La Sombra (2017) di Regina José Galindo (Città del Guatemala, 1974), presentato a Kassel in occasione di Documenta 14. L’artista usa il proprio corpo, fragile e spesso nudo, per denunciare la violenza contro le donne e, più in generale, quella sociale, politica e culturale della società contemporanea. Nel video, Galindo mette in scena se stessa, ansimante, mentre corre inseguita da un carro armato. Oltre a riportare l’attenzione sull’oppressa condizione femminile, il video è una denuncia nei confronti del mercato delle armi e dei paesi che le producono. 

Anche Maria José Arjona (Bogotà, 1973) nel video Linea de Vida (2016) usa il suo corpo come strumento dinamico per riconnettere lo spettatore al mistero della natura e alla sua intrinseca forza. L’artista, muovendosi sinuosamente nell’angusto spazio orizzontale fra il pavimento e le mille bottiglie di vetro appese al soffitto con altrettanti fili di nylon, imprime a queste ultime un ritmico moto ondulatorio che ricorda visivamente quello del mare e ricrea artificialmente il mormorio cristallino dello scorrere dell’acqua per evocare uno stato di primitività. L'artista scompare fisicamente alla vista per lasciare spazio all'esperienza, così da riportare lo spettatore alla poetica del rapporto intimo con la natura. 

Nel video Venus of the Rags/In transit/ Eleusis (2014), la performer greca Mary Zygouri (Atene, 1973) utilizza invece la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto per comporre un racconto surreale, girato a Elefsina (Eleusi), città tristemente esemplare di una scellerata stratificazione urbana che stride con le rovine archeologiche del suo glorioso passato. Questa dea ‘in transito’, in cerca di una nuova ubicazione, diventa il simbolo della condizione di transizione della stessa Elefsina, nel suo tentativo di rilocare e ricontestualizzare culturalmente il luogo, le comunità e le identità. Riprendendo alcuni elementi caratteristici del proprio lavoro, l’artista usa inoltre il proprio corpo di donna come strumento per un discorso politico (personale e collettivo), capace di assorbire «le vibrazioni dell’ambiente architettonico umano e urbano». 

Un’altra artista donna, Shadi Harouni (Hamedan, Iran, 1985), è l’autrice del video seguente The Lightest of Stones, girato in una cava di pietre del Kurdistan dove un gruppo di uomini, confinati in quel luogo inospitale a causa delle loro idee politiche, discutono di ISIS, di leggende e delle sexy-dive americane come Jennifer Lopez. L’artista con le mani nude scava la terra per estrarre le pietre, dando la schiena al gruppo di uomini che fra il serio e il faceto continuano a chiacchierare fra di loro interrogandosi anche sul senso dell’azione fisica e illogica che la ragazza sta compiendo.
 
A chiudere la rassegna è Glima (2008), del duo Masbedo (Nicolò Massazza, Milano 1973, Iacopo Bedogni, Sarzana 1970), che in mette in scena, con grande efficacia scenografica e narrativa, la tragedia dell’incomunicabilità e della difficoltà dei rapporti di coppia uomo-donna, ispirandosi ad un’antica lotta tradizionale nazionale islandese usata per risolvere le diatribe fra villaggi. Nel biancore accecante dei ghiacci islandesi, in una natura ostile e indifferente ai drammi umani, un uomo e una donna legati da lunghe corde di pelle nera, che ricordano i gatti a nove code delle pratiche sado-maso, si scontrano e si affrontano in una lotta senza quartiere che non lascerà sul campo né vincitori, né vinti. La violenza sembra dunque essere l’unico sentimento che continua a legare i due esseri umani che, ansanti, si trascinano nella macabra danza della sopraffazione. 

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