Mafia a Firenze: il pestaggio del fantino all'ippodromo e le 'ombre' sul ristoratore-trafficante

Dalle carte dell'operazione palermitana "Mani in pasta" che ha portato a 90 arresti tra le famiglie dell'Acquasanta-Arenella spuntano collegamenti con il capoluogo toscano

(Foto d'archivio)

Spunta un ristorante fiorentino 'in odor di mafia', tra le carte dell'inchiesta “Mani in pasta” della procura palermitana che ieri, martedì 12 maggio, ha portato 500 finanzieri a eseguire 91 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone indagate, a vario titolo, per associazione mafiosa, estorsione, intestazione fittizia di beni, ricettazione, riciclaggio, traffico di droga, frode sportiva e truffa.

L’indagine ha scandagliato in particolare gli affari di due storiche famiglie mafiose dell'Acquasanta-Arenella di Palermo, i Ferrante e i Fontana: appalti ai cantieri navali e al mercato ortofrutticolo locale, commercio di caffè, traffico di droga, gestione di scommesse online e slot-machine e corse dei cavalli.

Il ristorante fiorentino spunta fuori nel filone d'indagine che riguarda il traffico di droga. Due indagati, intercettati, stanno discutendo di una partita di droga da 20.000 euro che li aspetta a Reggio Calabria. E' il 2 ottobre 2015.

I due devono decidere se andare di persona a recuperare la cocaina o se mandarci qualcuno. Alla fine, la scelta ricade su “Toni”: “Gli farei salire a Toni – dice uno dei due trafficanti all'altro – quello che ha aperto un ristorante di 400 metri quadri al centro di Reggio Calabria”.

Gli inquirenti approfondiscono e scoprono che “Toni”, palermitano, 45 anni, è amministratore unico di una società a responsabilità limitata attiva nel settore della ristorazione. E che di locali, “Toni”, ne ha quattro: due a Palermo, uno a Reggio Calabria e uno, appunto, a Firenze. “In via Il Prato”, annotano gli investigatori.

Firenze, emerge dalle carte dell'inchiesta, è anche teatro di un pestaggio di stampo mafioso. Il filone è quello delle corse dei cavalli. Il boss Giovanni Ferrante (ora in carcere) ne è un vero esperto, tanto che secondo le accuse truccherebbe le gare e ne incasserebbe i soldi dalle scommesse. Ma ha un problema.

Il problema è un fantino, all'epoca dei fatti neppure trentenne, che parla male del boss con un suo collega, additandolo come responsabile della chiusura dell’ippodromo di Palermo, avvenuta nel marzo 2017, per il rischio di infiltrazioni criminali.

Il fantino ha bisogno di una “lezione”. E il pestaggio, secondo le intercettazioni e la ricostruzione degli investigatori, avviene all’ippodromo di Firenze, l’11 aprile del 2017.

Quella mattina, Ferrante è a Montecatini e parla al telefono con un suo sodale, Salvatore Ciancio (anch'egli finito in carcere). Gli chiede di contattare un “cugino”, che deve dare l’assenso al pestaggio. Poco dopo arriva il via libera: “fallo scappare da Firenze a questo crastazzo ('cornuto', ndr)”.

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L’indomani, Ferrante telefona a uno zio e al sodale con cui aveva parlato il giorno prima: il fantino – registrano le intercettazioni - è stato “macinato dentro il box dei cavalli […], gli ho detto di prendersi le valigie e andarsene entro che è sera”. Anche il padre del fantino verrà picchiato, a Palermo.

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