Inchiesta Open: un super perito informatico per dare la caccia a documenti e chat

Il consulente inserirà parole chiave nel motore di ricerca utilizzato per mappare e ricostruire il materiale sequestrato agli indagati

Un perito informatico specializzato, nominato come consulente tecnico dalla procura di Firenze per “dare la caccia” ai documenti e ai file contenuti nei cellulari, nei computer e negli hard disk sequestrati agli indagati e ai perquisiti nell'ambito dell'inchiesta su Open, l'ex Fondazione che ha sostenuto le iniziative politiche di Matteo Renzi. E' l'ultima mossa dei pm Luca Turco e Antonino Nastasi, per verificare le ipotesi investigative dell'inchiesta coordinata dal procuratore capo Giuseppe Creazzo.

Il perito utilizzerà una sorta di motore di ricerca per inserirvi parole chiave mirate, quali “legge”, “decreto”, “denaro”, “norma”, “emendamento”, “contributo”. Ma anche nomi e cognomi di persone che, al momento, non risultano indagate nell'inchiesta. Come, ad esempio, “Lotti” e “Boschi”. Le operazioni informatico-peritali prenderanno il via oggi stesso. In tutto, sono diverse decine le parole chiave che verranno inserite nel sistema dal perito della procura per queste operazioni.

Intanto il tribunale del Riesame di Firenze si è riservato la decisione sui ricorsi presentati contro i sequestri di documenti e dispositivi elettronici, effettuati nelle scorse settimane dalla guardia di finanza nei confronti dell'avvocato Alberto Bianchi e dell'imprenditore Marco Carrai, entrambi indagati nell'inchiesta che ipotizza il finanziamento illecito, tramite un presunto “schema” (il cosiddetto “schema Toto”) secondo cui imprenditori e società finanziavano la Fondazione ottenendone in cambio vantaggi non solo mediante emendamenti alle leggi che venivano approvate ma anche con progetti e concessioni.

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L’ex presidente della fondazione Alberto Bianchi, difeso dall’avvocato Nino D’Avirro, ha rinunciato al ricorso in udienza. Hanno portato invece avanti il ricorso con i loro legali Marco Carrai e alcuni imprenditori finanziatori di Open (perquisiti ma non indagati), tra cui esponenti della famiglia Aleotti e Davide Serra. La discussione davanti ai giudici si è tenuta in camera di consiglio, cioè a porte chiuse. E proprio Carrai, mediante una nota, ha nel frattempo negato che “le risorse finanziarie della società lussemburghese Wadi Ventures fossero utilizzate per acquisire partecipazioni in società allo stato non individuate”, in quanto la stessa società “ha investito in start-up israeliane”, nessuna delle quali ha “mai avuto nulla a che fare né con il senatore Matteo Renzi né con la Fondazione Open”.

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