"Sono prete e mi batto per i diritti dei gay": la storia di Don Alessandro

Don Alessandro Santoro da tempo spera che nella Chiesa venga accolta la comunità lgbt. Cosa che è già stata fatta nella sua parrocchia di Piagge: "Dio vuole che ognuno viva la propria identità liberamente, anche quella sessuale"

Don Alessandro Santoro

Alla vigilia del Sinodo sulla famiglia in Vaticano, il coming out del teologo Krzysztof Charamsa ha fatto un grande scalpore, creando non poche polemiche. Ma in realtà nel mondo cattolico da anni ci sono diverse persone che si impegnano per l'accoglienza della comunità lgbt nella Chiesa. Uno di questi è un parroco della comunità delle Piagge, Don Alessandro Santoro, che da anni fa obiezione di coscienza e dà la comunione anche a chi è omosessuale e transessuale.

Anche lui ha deciso di prendere una posizione chiara sul tema in vista del Sinodo: inviare a tutti coloro che vi parteciperanno una copia del libro "Le strade dell'amore" edito con le Edizioni Piagge. Ma di che tipo di libro si tratta? Ce l'ha spiegato al telefono. 

"Il libro è una collezione di interventi fatte da persone di vario tipo, laici, teologi e religiosi, in alcune conferenze organizzate in previsione del Sinodo. Sono state delle riflessioni così importanti che abbiamo deciso di raccoglierle e pubblicarle. Visto che tutto è stato fatto in tempo utile le abbiamo spedite a tutti i padri sinodali e a tutti i vescovi delle varie congregazioni dove ci sono comunità lgbt credenti, tra cui anche il vescovo di Firenze. All'interno credo ci siano importanti strumenti per costruire un dialogo insieme su questo tema"

In sintesi che tipo di riflessioni contiene il testo?

"Le stesse che professo da molto tempo, ovvero che non ci sono condanne all'omosessualità nelle Scritture. Possiamo trovare alcuni accenni ma la condanna riguarda il piacere fine a se stesso, quello vissuto in modo disordinato, che non genera né amore né vita. Di conseguenza chi vive una dimensione di diversità dell'amore (che sia psicologia, mentale, emozionale o sessuale) può essere incluso nella Chiesa e l'esclusione attuale non è quindi giustificata. Dico comunità lgbt perché non sto parlando soltanto dell'omosessualità ma anche della transessualità e di tutte quelle forme che riguardano l'identità emotiva e sessuale: forme di amore diverse possono solo essere una ricchezza per la comunità cristiana e umana"

Anche per quanto riguarda il discorso sulla famiglia?

"La dimensione omosessuale nulla toglie all'importanza della famiglia, anche tradizionale. Anzi, la valorizza: non è che riconoscendo altri tipi di amore allora l'amore perde valore o si sacrifica la verità. Non c'è nessun pericolo. Nel riconoscere tutte le famiglie si dà ragione alla verità: è naturale, almeno secondo me, che ogni persona possa viverer la propria vita esprimendo se stessa per come è. Dio vuole che una persona si liberi e sia liberata e non vuole assolutamente che questo venga impedito. Quindi far entrare queste persone nella nostra comunità, nella nostra pastorale e nella nostra teologia sarebbe un modo per dare giustizia e rispetto a queste dimensioni di amori"

C'è quindi tutto un mondo cattolico che chiede più diritti per la comunità lgbt?

"Certo: ci sono tante persone che riflettono e la pensano così, perché viviamo la storia e le storie di queste persone, spesso segnate da sofferenza ed emarginazione. Sappiamo che c'è bisogno di sentirsi accolti e ben voluti e in tanti comprendono la ricchezza nuova che queste persone portano. Infatti non ho avuto difficoltà nella mia comuinità a parlare di questo, anzi"

Quindi non è difficile parlarne con i fedeli?

"Se offri le cose in maniera giusta, tutti sono ben disponibili a confrontarsi. Poi "toccando con mano" le altre realtà le persone risultano disponibili a costruire relazioni di solidarietà, scambio e accoglienza. Tutte caratteristiche delle comunità evangeliche, basate sul Vangelo. Noi preti viviamo a stretto contatto con la gente e ce ne rendiamo conto: tirare su dei muri, portare avanti una logica di separazione toglie questo tipo di disponibilità profonda, che io ho incontrato naturalmente nella mia comunità e nel mio quartiere, ma anche da altre parti. Semplicemente dobbiamo imparare a fare in modo che ognuno di noi abbia diritto di vivere la propria dimensione di amore e di identità sessuale. Questo può avvenire soltanto con l'incontro e con le relazioni tra persone"

Pochi giorni fa ha fatto scalpore il coming out del teologo polacco Krzysztof Charamsa, alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. Secondo lei è stato un gesto utile a questa causa?

"Utile sicuramente a questa persona, che lo ha proprio vissuto come un atto di liberazione. Questo dovrebbe farci gioire, perché significa che qualcuno si è liberato dalla propria gabbia, densa di nostalgie e fatiche. E' stata anche un'occasione per rompere quel famoso muro che attualmente c'è di fronte a queste tematiche. Ma purtroppo, devo ammettere, che a volte di fronte a questi gesti c'è anche una reazione inversamente proporzionale, che fa arroccare alcune posizioni di chiusura" 

Crede che questo Sinodo possa portare ad "abbattere qualche mattone" di questo muro?

"Me lo auguro, davvero tanto. Però per come è stato costruito manca già dall'inizio una componente fondamentale: quella femminile, che non può votare. Questo non è di poco conto: lo sguardo femminile su questo tema è davvero una dimensione importante. Potrebbe ridare una veste più democratica agli incontri ecclesiastici. Quella che verrà presa, invece, è una decisione maschile e molto clericale (visto che i partecipanti sono a maggioranza vescovi). Una cosa è certa: la Chiesa non può continuare a difendere se stessa come ha datto negli ultimi anni, visto che c'è una pressione e una vera e propria esigenza di libertà tra i suoi fedeli". 

 
 

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