Il Crocifisso di Michelangelo riabilitato, arriva al Museo Nazionale del Bargello

Un'inchiesta della Corte dei Conti aveva costretto a relegare l'opera nei depositi del Polo museale. Poi il colpo di scena, anche se il 10 maggio è fissata l'udienza per danno erariale

Alla fine, dopo una serie di tribolate vicende, tra musei e depositi, il Cristo Crocifisso ligneo, un’opera figlia della giovane mano di Michelangelo Buonarroti (pare del 1495 circa), potrà essere ammirato all’interno del museo del Bargello. Una collocazione definitiva che arriva dopo fitte polemiche e perplessità. Si perché il Cristo, acquistato dal ministero dei Beni culturali nel 2008 per 3,2 milioni di euro dall’antiquario torinese Giancarlo Gallino, è stato al centro di un lungo giallo. Per gli storici dell’arte Giancarlo Gentilini, Luciano Bellosi, Umberto Baldini, che hanno studiato il crocifisso per oltre 15 anni, non ci sono mai stati dubbi: la paternità della scultura appartiene a Michelangelo.

Perizie che tuttavia più di una volta sono state messe in discussione da diversi specialisti del settore. Non solo, al caso si era occupata anche la Corte dei Conti, che proprio in base a queste discrepanze tecnico-artistiche aveva citato i funzionari del ministero per danno erariale, gli stessi che determinarono l’acquisto dell’opera. Tra questi anche la sovrintendente al polo museale fiorentino, Cristina Acidini e Roberto Cecchi, l’attuale sottosegretario al ministero dei Beni culturali. Secondo l’accusa, infatti, in assenza di una statuizione certa e definitiva sull’attribuzione, il suo valore poteva essere stimato  “al massimo di 850mila” euro, come fu stabilito in una perizia commissionata dalla casa d’aste inglese Christie's.

 

Così il Mibac e la Soprintendenza, in attesa di chiarimenti avevano deciso di ritirarlo. “Abbiamo ricevuto un invito informale dal Ministero in questo senso”, aveva spiegato qualche settimana fa la Soprintendente al Polo museale Cristina Acidini. Per questo l’opera fu impacchettata e relegata nelle stanze dei depositi. Fino ad oggi, a questo improvviso dietro front. Improvviso fino ad un certo punto: nel museo infatti era tutto già pronto per l’esposizione, compreso la teca climatizzata, studiata appositamente per contenere il legno scolpito. Un gioiello di tecnologia realizzata dal Laboratorio Goppion, lo stesso che ha creato la protezione climatizzata per la Gioconda del Louvre.

ACIDINI – Ed è stata la stessa sovrintendente Acidini, ad uscire allo scoperto questo pomeriggio, sottolineando la bontà delle propria scelta. Il Crocifisso, ha spiegato, “appare lavorato con sensibilità e sapienza fuori dall’ordinario e con attenzioni che si definirebbero specialistiche ai risalti e agli incavi della struttura corporea, specialmente ai collegamenti tra i muscoli”. Non solo; nel tempo il ‘legno lavorato’, attribuito al genio del Buonarroti, è stato oggetto di nuovi studi. Come la tac, eseguita nel laboratorio di imaging all’ospedale fiorentino di Careggi, nel dicembre scorso.

Questo per quel che riguarda l’analisi artistica. Ma il nodo rimane la procedura economica con cui il Cristo di legno è rientrato nel patrimonio statale. Un iter contestato ma sempre difeso dalla massima autorità del Polo museale fiorentino, che ha definito “corretta” la procedura che ha portato all’acquisizione della scultura. Ma c’è un se, come conferma la stessa Acidini: “In genere questi studi sono a lungo termine, c’è bisogno di un confronto, di una riflessione della comunità scientifica”. Come dire che ancora il mistero sulla paternità non è del tutto svelato. Tutto bene se non per il fatto che il 10 maggio si svolgerà la prima udienza fissata dalla Corte dei Conti. La sovrintendente, comunque, rimane serena: “La Corte dei Conti fa quello che è sua competenza: si occupa degli aspetti procedurali e della quantificazione. Io ho contribuito alla procedura che, come fondamento, ha avuto la verosimiglianza di questa importante attribuzione”.
 

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