Chat dell'orrore tra giovanissimi: anche abusi su una bambina di un anno

Dalla denuncia di una madre scoperto il gruppo WhatsApp 'The shoah party', gli investigatori: “Violenza inaudita, brutalità inenarrabile”

Abusi su minori, video pedopornografici, messaggi che inneggiavano ad Hitler e Mussolini, all'Isis, frasi shock contro migranti ed ebrei. Si scambiavano tutto questo, su una chat di WhatsApp chiamata 'The shoah party', con il chiaro riferimento nel titolo alla tragedia dell'Olocausto.

Ma le immagini più raccapriccianti riguardavano gli abusi e le violenze sessuali. “Di una violenza inaudita, abbiamo dovuto visionare scene di brutalità inenarrabile”, dicono gli investigatori. In un video si vede una neonata di nemmeno un anno seviziata da un adulto. In un altro una bambina di 11 anni che subisce violenze da due giovanissimi, “immagini orribili”.

Le indagini, per competenza territoriale portate avanti dalla Procura dei minori del Tribunale di Firenze, sono iniziate nel gennaio scorso, grazie ad una madre che, dopo aver trovato nel cellulare del figlio 13enne immagini pedopornografiche, ha denunciato tutto ai carabinieri di Siena.

I carabinieri, con l'autorizzazione dei pubblici ministeri, sono riusciti ad entrare nella chat e a scoprire e rintracciare gli amministratori del gruppo. Si è scoperto quindi che la chat dell'orrore partiva da Rivoli, alle porte di Torino ed è andata avanti per mesi, fino a pochi giorni fa, quando, allo scattare delle perquisizioni, è stata chiusa.

Ora risultano indagati dalla Procura per minori di Firenze, per detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all'apologia di reato avente per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, 25 giovanissimi.

Di loro, nove sono appena maggiorenni, il più 'anziano' ha solo 19 anni, e sedici minorenni, di cui 6 di età inferiore ai 14 anni e dunque non perseguibili.

Le perquisizioni sono scattate all'alba di martedì 15 ottobre in Toscana, Val d'Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Calabria nelle abitazione degli indagati, residenti in 13 province.

Sono stati emessi 25 decreti di perquisizione a carico degli indagati, che ha permesso di bloccare la diffusione dei partecipanti al gruppo. Sequestrati decine di telefonini e computer. Gli inquirenti ora vogliono capire se ci siano altre persone aderenti al gruppo e ancora non individuati.

Oltre ai profili penali, sarà aperta un'inchiesta per valutare l'idoneità dei contesti familiari e la capacità dei genitori nell'esercitare la potestà genitoriale sui figli indagati.

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