Tanti auguri a Collodi, il babbo di Pinocchio

Il 24 novembre 1826 nasceva Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Collodi. Ecco la storia dello scrittore toscano che inventò la favola più famosa di sempre

Pinocchio illustrato da Attilio Mussino

C’era una volta…

 «Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.  – No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.» Chi non conosce questo celebre incipit?

Era il luglio del 1881 quando il primo episodio delle avventure di Pinocchio venne pubblicato su «Il Giornale per bambini».

In quel giorno d’estate nell’Italia di fine secolo nasceva così la favola del burattino di legno, ancora oggi portatrice di profondi insegnamenti e grandi verità, presto di nuovo sul grande schermo nella trasposizione del regista Matteo Garrone, che vedrà Roberto Benigni nei panni di Geppetto.

Storia di un burattino

Carlo Lorenzini non poteva certo immaginare che le disavventure della sua marionetta sarebbero divenute il libro più tradotto e venduto nella storia della letteratura italiana.

Nato esattamente 192 anni fa a Firenze, Lorenzini scelse come pseudonimo il paese di origine della madre, Collodi, una frazione in provincia di Pistoia dove trascorse la sua infanzia tra le mura di Villa Garzoni.

La prima puntata della storia fu accompagnata da una lettera all'editore: «Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi pagamela bene per farmi venir voglia di seguitarla».

E continuò a scriverla per quasi due anni, spesso controvoglia, addirittura facendo morire il suo burattino, impiccato dal Gatto e la Volpe nel tentativo di sottrargli i preziosi zecchini d'oro, per poi riportarlo in vita in seguito alle proteste dei piccoli fan.

Un successo che portò alla pubblicazione dell'ormai celebre libro, edito dalla storica casa editrice fiorentina Paggi che aveva sede nell'attuale via del Proconsolo.

I luoghi fiorentini di Collodi

La genesi di Pinocchio si sviluppò nel centro storico di Firenze, precisamente in via Taddea al numero civico 21 dove, ancora oggi, una targa commemorativa ricorda la casa natale del padre di Pinocchio.

Se il suo talento più grande fu quello della scrittura, la sua più grande debolezza fu il vizio del gioco: quando non impugnava penna e calamaio, le sue giornate erano dedicate alla ricerca di denaro per pagare ingenti debiti.

A Firenze il tavolo da gioco più frequentato da Collodi era quello di Palazzo Davanzati, dove spesso giocava con Girolamo Pagliano, inventore di un sedicente elisir di lunga vita e fondatore del teatro Pagliano -oggi il Verdi- in via Ghibellina.

Usuraio dichiarato, alcuni commentatori ritengono che il pescecane del libro sia ispirato proprio alla sua figura: persino l'esibizione di Pinocchio trasformato in un ciuchino sembrerebbe un esplicito richiamo al teatro Pagliano, inaugurato nel 1853 proprio con uno spettacolo equestre.

Di fede Mazziniana, solo la guerra riuscì a tenere Collodi lontano dal tavolo da gioco, spingendolo ad arruolarsi come volontario alle guerre di Indipendenza. In tempo di pace faceva il giornalista per riviste e quotidiani, scriveva versi, recensioni teatrali e, troppo spesso, cedeva alla tentazione del gioco d'azzardo.

E nel disperato tentativo di saldare i debiti, faceva quello che meglio gli riusciva: scrivere. Nacque così il suo capolavoro, la storia di una marionetta nata fiorentina e cresciuta nell'Italia unita, presto divenuta la più universale delle favole.

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