Coltivare cannabis in casa non è reato

Dovranno essere utilizzate soltanto tecniche rudimentali, quindi vasi e innaffiatoi e non impianti di irrigazione, che potrebbero far sorgere il sospetto che la destinazione della sostanza sia lo spaccio

Una sentenza epocale sulla cannabis: le sezioni unite penali della Cassazione hanno stabilito che non costituirà più reato coltivare minime quantità in casa. Si è sentenziato per la prima volta che "non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica" e "per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore".

Cannabis, coltivare minime quantità in casa non è più reato

In sostanza chi coltiva per sé non compie più reato. Viene sostenuta così la tesi per cui il bene giuridico della salute pubblica non viene in alcun modo pregiudicato o messo in pericolo dal singolo assuntore di marijuana che decide di coltivarsi per sé qualche piantina. I kit per la coltivazione dei semi di cannabis sul balcone di casa sono ormai assai diffusi, venduti anche on line su siti specializzati di internet, ma si incorreva in rischi da un punto di vista legale, finora a livello giuridico non c'era mai stata un'apertura vera in questa direzione.

Cannabis, cosa dice la sentenza

La sentenza della Cassazione attribuisce la possibilità di utilizzare la sostanza prodotta in casa soltanto alla persona che si è materialmente dedicata alla cura delle piante, non estendendo la destinazione agli altri componenti del nucleo familiare o il consumo con altre persone. Un altro particolare riguarda le modalità di coltivazione: dovranno essere utilizzate soltanto tecniche rudimentali, quindi vasi e innaffiatoi e non impianti di irrigazione, che potrebbero far sorgere il sospetto che la destinazione della sostanza sia lo spaccio. Aggrava la situazione anche l'eventuale presenza di un bilancino di precisione, solitamente utilizzato per confezionare le dosi da vendere.

Il testo delle Sezioni Unite della Cassazione non fa invece riferimento alla quantità di principio attivo (Thc) che può essere contenuto nella pianta. Per le norme attuali viene considerata cannabis “legale” o light quella con un livello di Thc inferiore allo 0,6%, con quella illegale che può raggiungere anche il 10% (e più), ma per i giudici chi coltiva in casa per uso personale non è perseguibile, a prescindere dal livello di Thc

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Cannabis, il principio di diritto

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, la Cassazione ha reso noto  il principio di diritto con il quale è stato risolto il contrasto giurisprudenziale: “Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore".

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