Italiani cosmopoliti, ma il 42% ancora ritiene che esistono le razze

Sondaggio Ipsos in occasione del Convegno internazionale della Fondazione Intercultura sull’eterno dilemma natura o cultura: “Tabula Rasa? Neuroscienze e culture”, Firenze 4-6 aprile

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di FirenzeToday

I nostri comportamenti sono dettati dalle esperienze che viviamo o sono influenzati anche dal nostro patrimonio genetico (e in che misura)? Al di là delle etnie, le razze esistono oppure no? A quale livello è arrivata la nostra contaminazione con culture diverse? In occasione del Convegno della Fondazione Intercultura “Tabula Rasa? Neuroscienze e culture” (Firenze, 4-6 aprile) l’Istituto di ricerca Ipsos ha sondato l’opinione degli italiani (un campione di 957 connazionali di età superiore ai 15 anni) su alcune delle tematiche che verranno affrontate da 30 esperti internazionali nel campo delle neuroscienze, della genetica, della filosofia e della comunicazione interculturale. Potrebbero esistere tendenze o atteggiamenti pre-culturali “innati” comuni a tutta la specie umana? Potrebbero esserlo, ad esempio, molte forme di comunicazione non verbale, le espressioni linguistiche, l’appartenenza a un gruppo, la gerarchia, l’aggressività, l’altruismo, la divisione di ruoli tra maschi e femmine, la percezione del tempo? E’ ipotizzabile che alcuni aspetti delle culture si trasmettano attraverso mutazioni genetiche ereditarie? Il cervello funziona in modo diverso in ambienti culturali diversi e condiziona la percezione del mondo? Esistono automatismi che ne distorcono la percezione attraverso stereotipi consolidati? O in favore del proprio gruppo, rispetto a chi altro? Interrogati su alcune di queste tematiche gli italiani non hanno dubbi: siamo il frutto delle esperienze che viviamo. Secondo l’80% degli intervistati i nostri modi e i nostri comportamenti sono dettati dal nostro vissuto personale e non tanto dai tratti ereditari già presenti dalla nascita (20%). Un’opinione diffusa che si riscontra sia tra chi afferma di aver avuto contatti con altre culture (82%), sia tra chi non ne ha avuti (73%). L’ereditarietà dei comportamenti è invece sostenuta da una minoranza (che comunque rappresenta un quinto del campione intervistato) composta soprattutto da persone della fascia di età 40-49 anni, anche appartenenti a famiglie di livello socio economico medio-alto. Ma la trasmissione genetica, nella realtà dei fatti, influisce sulle nostre azioni? Il Convegno della Fondazione Intercultura nasce proprio dalla constatazione e dalla consapevolezza che le conoscenze acquisite dalle neuroscienze negli ultimi decenni possano aprire a delle spiegazioni diverse rispetto a quelle che ci siamo sempre dati e che ci confrontano su un fatto: non è un tabù pensare che i nostri comportamenti possano essere influenzati anche dal nostro patrimonio genetico. E quindi: siamo culturalmente diversi gli uni dagli altri e questo dipende dall’educazione che uno riceve dalla nascita? O questa differenza dipende anche da tratti biologici o se dipende da fattori ereditari? Sono domande aperte che verranno affrontate durante il Convegno e che, in qualche misura, non possono prescindere da un altro elemento interessante emerso dall’indagine di Ipsos quando ci si addentra maggiormente “nella pancia” degli italiani e viene loro chiesto di pensare al termine “razza”. E qui avviene una sorta di cortocircuito. Le ricerche scientifiche dei genetisti di tutto il mondo hanno dimostrato che le razze umane non esistono: esiste una specie umana. Eppure il 42% degli intervistati si dice non essere d’accordo con questa affermazione. A dirlo sono soprattutto persone over 40 anni. Sono invece convinte che “le razze non esistono” soprattutto le donne (60%) under 30 anni (65%). La percentuale di chi pensa che il genere umano sia diviso in razze, guarda caso si concentra soprattutto (51%) tra chi, nella domanda precedente, afferma di credere nell’ereditarietà come fattore principale dei nostri comportamenti. Ecco perché una “guida” per la conoscenza delle diverse culture e per una convivenza pacifica è ritenuta necessaria. L’istituzione primariamente investita da questo compito è la scuola (26%), così come è cruciale il contributo delle istituzioni pubbliche (24%) e della famiglia (17%). Interessante notare che chi ha un maggiore potere d’acquisto, con un alto grado di consumo culturale (teatro, concerti. etc) ritiene che un ruolo di rilievo dovrebbero averlo anche i media, troppo spesso ritenuti il megafono di proclami politici. Solo il 14%, più concretamente, ritiene che dovremmo rimboccarci un po’ tutti le maniche per impegnarci e collaborare insieme per la promozione di un dialogo interculturale. Ma quanto sono aperti gli italiani, nella realtà dei fatti, ad accettare e comprendere l’interdipendenza tra le culture e, di conseguenza, i meccanismi che stanno alla base delle influenze tra le culture? Di sicuro, o perché grazie a un in viaggio o perché si ha la possibilità di frequentare persone straniere pur rimanendo a casa propria, gli italiani si scoprono cosmopoliti e aperti all’incontro con culture diverse: il 77% degli intervistati dichiara che gli è capitato di essere entrato in contatto con culture diverse dalla propria di origine. Salta però all’attenzione il fatto che nel 2019 ci sia ancora un quarto della popolazione italiana (23%) che afferma di non essersi mai trovato in tale situazione, soprattutto giovani adulti tra i 30-39 anni che vivono prevalentemente nel Sud d’Italia Ma se l’incontro con altre culture, bene o male, è oramai un dato di fatto, ben altro discorso è quello di come ci si relaziona con chi ha usi e tradizioni diversi da noi. Tra chi ha asserito di essere entrato in contatto con culture diverse, due su tre (68%) affermano di essersi sentiti a proprio agio. Ma se andiamo a vedere chi però effettivamente se l’è sentita di fare il passo ulteriore e cercare il confronto e il coinvolgimento, la percentuale diminuisce al 23%, concentrandosi tra le donne (26%), tra chi si dichiara “technology addicted”(29%) e ,soprattutto, tra gli appartenenti a un segmento della popolazione di fascia economica medio alta (32%) per cui i contatti con persone di altre culture sono più frequenti, considerate quasi come una “normalità”. IL CONVEGNO Si inaugura alle 15.00 del 4 aprile presso il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio a Firenze il Convegno internazionale “Tabula Rasa? Neuroscienze e culture” organizzato dalla Fondazione Intercultura in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune. I lavori proseguiranno fino al 6 aprile all’Hotel Mediterraneo e vedranno coinvolti 30 illustri esperti rappresentanti dei principali filoni in cui si articolerà il Convegno: le neuroscienze, la genetica, la filosofia e la comunicazione interculturale che coinvolgeranno dal neuro scienziato Lamberto Maffei al genetista Peter Richerson, dal filosofo Martin Gessmann all’antropologa interculturalista Mai Nguyen Phuong Mai. Tra i relatori italiani spiccano Andrea Moro dello IUSS di Pavia, Alberto Piazza e Adriano Favole dell’Università di Torino, Paolo Inghilleri e Marcello Massimini dell’Università di Milano, Guido Barbujani dell’Università di Ferrara. Il Convegno ha ottenuto il patrocinio dell’UNESCO, del Comune di Firenze e dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Per informazioni: tabularasa.fondazioneintercultura.org

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